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Spider-Man Linea di sangue – Recensione

 

Dopo l’uscita in spillato tra il 2019 e il 2021 e un’edizione deluxe Artist Edition nel 2023, prende forma il cartonato della miniserie ragnesca di Henry Abrams, J.J. Abrams e Sara Pichelli: Linea di sangue.

L’annuncio di questa operazione editoriale fu un vero e proprio caso, principalmente per due motivi: la presenza di J.J. Abrams come co-sceneggiatore, regista e produttore cinematografico molto chiacchierato causa l’uscita a ridosso del nono capitolo di Star Wars da lui ideato (dopo il settimo) e l’impronta matura, splatter e distopica della storia, lontana dal mondo di Spider-Man.

 

 

New York è minacciata da un’inquietante cyborg di nome Cadaverico, un nemico terribile, crudele, cinico e senza scrupoli. L’origine dell’odio che nutre nei confronti dell’arrampicamuri è un mistero, non è misteriosa invece l’efferata violenza dell’androide e dei suoi scagnozzi, i quali ricordano gli xenomorfi di Alien, che frantumerà irrimediabilmente la vita di Peter e Mary Jane in sequenze a dir poco brutali.

Dopo il primo drammatico atto la vicenda si sposta nel futuro approfondendo la figura di Ben, figlio di MJ e Peter, e il rapporto con quest’ultimo. Cadaverico è ancora una minaccia per New York e spetterà a Ben contrastarlo e terminare ciò che il padre aveva cominciato. Il ragazzo eredita le abilità di Peter, deve venire a patti con la realtà ed assumersi il fardello dei propri poteri e tutto ciò che ne consegue, esattamente come fece il padre prima di lui.

 

 

 

Le caratteristiche psicologiche di Peter sono trasferite nel giovane Ben, alle prese con i problemi dell’adolescenza e con la volontà di condurre una vita del tutto simile ai suoi compagni. “Ben” sappiamo che non è affatto possibile, la linea di sangue ha tracciato per il ragazzo un’altra strada, composta da sangue, vendetta e responsabilità più grandi di lui.

Lo scontro con Cadaverico ha segnato nel profondo Peter, il quale ha deciso di abbandonare l’identità di Spider-Man e di viaggiare in cerca di una serenità che probabilmente non troverà più se non nel ristabilire una linea di sangue che, attraverso Ben, possa ricucire la ferita che per anni ha cercato vanamente di sanare.

Il nodo concettuale della storia e il trauma e il conseguente post-trauma, provocato da una minaccia sanguinaria che annulla, appiattisce la missione di Spider-Man rendendola vana e sterile.

Abrams, slegando le vicende dalla continuity (in cui si mantiene sempre un certo equilibrio), vuole “colpire” Spider-Man catapultandolo in una situazione senza ritorno, un trauma con cui convivere per il resto della vita fornendogli gli strumenti per superarlo, ma allo stesso tempo caratterizzandolo come un uomo ormai disilluso, sconfortato e timoroso nell’affrontare il “mondo di Spider-Man” che è rappresentato dal figlio.

Anche Ben dal canto suo vorrebbe star fuori da questo mondo, ma sarà costretto forzatamente ad entrarci diventando fondamentale anche per Peter, in una sorta di rovesciamento del rapporto Odisseo/Telemaco.

 

 

 

La storia, pur mettendo in scena episodi molto violenti, drammatici e “restringenti” riesce a sorreggere anche i momenti meno intensi ed espliciti caratterizzando la narrazione in modo stringente ed efficace.

La natura cinematografica degli Abrams si riflette nelle scelte della composizione narrativa: un prologo analettico, un corpo centrale e uno svolgimento che in qualche modo “cura” la condizione iniziale traumatica. Questo processo catartico mette ben in mostra la natura horror della storia rappresentata dall’estetica spaventosa di Cadeverico, dal realismo crudo, dalla convivenza in un mondo ostile e la ricerca di una possibile salvezza.

Sara Pichelli fa sua questa natura muovendosi tra le pagine con disinvoltura, confacendosi alle potenzialità del suo tratto morbido, semplice e dolce pronto a “scatenarsi” nel miglior modo possibile, poiché la resa di un contrasto che in apparenza è irrealizzabile risulta essere estremamente potente e veritiera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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