Generazione fumetto: il fumetto in Italia vive o sopravvive?
Presso il Cinema dei Piccoli a Roma abbiamo avuto modo di vedere Generazione fumetto il documentario di Omar Rashid che prova a raccontare il fumetto italiano contemporaneo, attraverso sette grandi firme.
Zero Calcare, Rita Petruccioli, Giacomo Bevilacqua, Sara Pichelli, Mirka Andolfo, Sio e Micheal e Mirko, sono i testimonial insieme a vari altri ospiti tra cui Lillo di Lillo e Greg, Barbara Baraldi, Roberto Recchioni cc.
Non si tratta di una recensione anche daremo un breve parere sul prodotto in sé.
Bensì di un’editoriale che ha come obiettivo quello di provare ad espandere gli spunti di riflessione derivanti dalla visione, ma anche di voler convogliare anni di riflessioni su certe tematiche a noi care.
Chi scrive è prima di tutto un lettore di fumetti. Un lettore soprattutto di fumetto americano a 360 gradi, di fumetto Bonelli, ma che legge anche manga, fumetto francese, argentino e italiano più “autoriale”.
Dunque leggendo fumetti almeno da sedici anni, e frequentando il mondo fumetto in modo serio da almeno dodici, crede di avere molto da dire, senza tuttavia avere alcuna verità in tasca.

L’importanza del contraddittorio
Questo editoriale nasce anche da un senso di insoddisfazione provato durante la visione dello stesso documentario.
Tecnicamente è un buon prodotto. Dura il giusto, c’è un buon mix di ironia e riflessione critica. Il montaggio che salta tra i vari protagonisti rende viva la visione, non fossilizzandola su una sequenzialitá che avrebbe annoiato.
Tuttavia manca totalmente un contraddittorio.
Giustamente si lascia grande spazio agli autori, però forse un giornalista in grado di dialogarci, un taglio più critico avrebbe reso il tutto più interessante.
Ciò non significa che non vi siano spunti interessanti, ma sono un po’ nell’aria, senza che ci si soffermi per dare un taglio critico serio.
Lasciar parlare a ruota libera, rischia di essere una testimonianza più che un documentario che voglia davvero approfondire.
Andare oltre la superficie
Partiamo col dire che sì, ovviamente il medium fumetto — come suggerisce il documentario — in Italia è fortemente sottovalutato, soprattutto se paragoniamo il nostro Paese alla Francia.
Ma non è soltanto un tema di sovvenzioni pubbliche.
È soprattutto un problema di percezione e di ecosistema.
Oggi manca, rispetto agli anni ’70, un vero ecosistema del fumetto. O meglio: esiste ancora, ma è profondamente diverso e, paradossalmente, più penalizzante.
In edicola resistono praticamente solo Sergio Bonelli Editore, Astorina con Diabolik e Bugs Comics, che è stato un vero peccato non citare nel documentario, visto che — tra alti e bassi — ha avuto il merito di lanciare tre testate inedite in edicola.
Se però confrontiamo il mercato attuale anche solo con quello di trent’anni fa, è evidente come l’offerta di fumetto popolare si sia drasticamente ridotta.
Sono scomparsi interi filoni: il fumetto erotico, il fumetto giallo con personaggi come Nick Raider o Balboa. Sopravvive a fatica perfino Julia Kendall.
Gran parte del mercato si è spostata nelle librerie e nelle fumetterie, mentre le edicole — ormai morenti — si sono riconvertite, nel migliore dei casi, in chioschi polifunzionali.
È venuto quindi meno un mercato florido, variegato e realmente popolare.

Fumetti e influncer
Questo sistema è stato sostituito dal mercato degli influencer-fumettisti, che — come suggerisce lo stesso documentario — non vendono più soltanto il proprio prodotto, ma l’intero pacchetto: il personaggio, le idee, l’immagine pubblica.
Siamo lontani dai tempi in cui Sergio Bonelli si firmava Guido Nolitta e tra lettori e autori esisteva una grande distanza.
Per chi ama il fumetto questo, in parte, è anche bellissimo. E non bisogna cadere in nostalgie sterili di un passato idealizzato, che rischierebbero di trascinarci nella più becera retrotopia. Però è necessario riflettere criticamente sul fenomeno.
Perché questo è, paradossalmente, un mercato più penalizzante.
Certo, oggi esiste molto più spazio per le autoproduzioni, per la varietà di stili e linguaggi narrativi e grafici.
Ma è altrettanto vero che l’autore deve donarsi completamente al pubblico: diventare ambasciatore di sé stesso, sapersi vendere, costruire una presenza costante. E non tutti hanno la forza personale, comunicativa o editoriale per riuscirci.

Non chiamateli giornaletti
Conta poi la percezione culturale.
Come sottolinea giustamente il documentario, in Italia non si è mai compiuto davvero il salto mentale necessario a considerare il fumetto letteratura.
La mentalità attorno ai “giornaletti” e a chi li legge continua a sopravvivere.
Se così non fosse, non dovremmo rifugiarci dietro termini come graphic novel per legittimare un medium che possiede già una sua dignità artistica e narrativa.
Dietro l’uso del termine graphic novel — al netto della nostra ossessione nazionale per gli anglicismi — si nasconde spesso questo messaggio: “non è un giornaletto, è un romanzo grafico”.
Si crea così una distinzione implicita tra fumetti di Serie A e fumetti di Serie B.
Peggio ancora quando alcuni autori arrivano a sostenere che il manga sia una forma d’arte superiore rispetto agli altri generi del fumetto per potenza espressiva e narrativa.
Peccato che, piaccia o meno, si parli sempre di fumetto.
Troppo spesso ci si dimentica della straordinaria versatilità di questo medium: della sua varietà stilistica, narrativa e formale.

L’Italia e gli autori italiani
Soprattutto — e in questo il documentario è molto efficace — ci si dimentica dell’enorme contributo degli autori italiani.
Dal peso globale delle produzioni Disney italiane, che da anni esportano talenti e storie incredibili, fino ai grandi nomi italiani negli Stati Uniti. Una su tutte Sara Pichelli, co-creatrice insieme a Brian Michael Bendis di Miles Morales.
Ci dimentichiamo anche dei numeri di Lucca Comics & Games, ormai diventata una fiera internazionale e un vero patrimonio nazionale.
Un indotto economico enorme, capace di rivaleggiare con molte fiere americane.
Anche se, come evento, presenta ancora diversi limiti organizzativi che andrebbero affrontati seriamente se si vuole compiere un ulteriore salto di qualità.
Forse proprio su questo il documentario avrebbe potuto osare di più sul piano critico.

Domanda e offerta
Eppure qualcuno potrebbe obiettare: “se entro oggi in una libreria o in una fumetteria, non ho mai visto un’offerta fumettistica così vasta”.
Ed è vero.
Oggi esiste davvero un fumetto per tutti. Anche la persona più insospettabile legge un fumetto in metro o lo porta al lavoro nello zaino.
Eppure questa offerta sterminata è, allo stesso tempo, la croce e la delizia del medium.
Con fumetti sempre più costosi e un potere d’acquisto che resta limitato, il lettore si trova davanti a un mercato immenso: compra, certo, ma rinuncia inevitabilmente a moltissime altre opere, oppure aspetta di recuperarle usate.
La domanda si spalma quindi su un’offerta talmente ampia che, esclusi gli autori di punta, molte serie inedite non riescono a produrre vendite sufficienti per sostenersi nel lungo periodo.
Le edizioni economiche — dai pocket di Panini Comics a quelle di Bao Publishing — hanno sicuramente ampliato la platea dei lettori, anche occasionali.
Ma se non cambia la percezione culturale del fumetto, che continua a essere considerato “una cosa da bambini non troppo cresciuti”, il rischio è quello di perdere inevitabilmente una parte di pubblico.

Bolle e mode passeggere
E non si può nemmeno vivere di bolle, come quella del manga nel periodo post-pandemia.
Spinti dalle trasposizioni animate, i manga — che, è bene ricordarlo, sono sempre fumetti — sembravano un fenomeno generazionale travolgente. E in parte lo sono stati, grazie alla loro accessibilità e alla struttura spesso lineare delle saghe, che nella maggior parte dei casi hanno un inizio e una fine ben definiti.
Ma più di una casa editrice è rimasta scottata, scoprendo quanto fossero drogati i numeri dell’epoca pandemica e immediatamente successiva.
Il fumetto in Italia, se vuole stare davvero bene, non può vivere di mode: deve vivere di sistema.
Il pubblico va educato, coltivato, fidelizzato e ampliato alla lettura in primis, in tempi di bassissima soglia dell’attenzione.

Parlare a tutti
La soluzione non può essere quella di puntare esclusivamente a una fascia di pubblico con grande capacità di spesa, vendendole soltanto edizioni deluxe, variant e tirature limitate.
Altrimenti i lettori, prima o poi, scompariranno. Oppure il fumetto diventerà un mercato simile a quello dei vinili.
Il fumetto non può ridursi a un semplice feticcio dell’oggetto, dominato dall’ossessione per la firma, per il pezzo esclusivo, per il prodotto gradato da rivendere o da esibire.
Il fumetto non è un oggetto passivo.
Non è soltanto una merce.
È un’esperienza, un linguaggio, una fuga dalla realtà, uno strumento culturale e narrativo.
Se si riduce tutto al feticismo della merce, allora il fumetto smette di essere ciò che è sempre stato.
Diventa qualcos’altro.
Quindi il fumetto italiano, e il fumetto in Italia, oggi vive… o sopravvive?
Fatecelo sapere nei commenti.