Amori e Incantesimi 2: La maledizione di ciò che ereditiamo

Un coleottero che torna.

Non è soltanto uno degli strani oggetti animati che nel mondo delle Owens possono attraversare una stanza. È un richiamo. Un rumore del passato che ricomincia a farsi sentire. Un coleottero che gracchia, e ticchetta come un’orologio della morte.

É autunno, il tempo ha deciso di regalarci qualche serata più fresca da passare a casa con il nostro confort movie.

E forse, quel ticchettio, ci farà ballare con un midnight margaritas. Amori e Incantesimi ritorna sugli schermi e nei nostri cuori come un cult autunnale, un rituale stagionale, questa volta, con una nuova generazione e qualche morto in meno – si spera. Impossibile dimenticare, Nicole Kidman nei panni di Gillian, nel primo film – mentre seppellisce l’uomo che le ha rovinato la vita, o donato qualche livido, non fa differenza. «È morto perché lo amavo così tanto» – esordisce. Una storia d’amore, insomma.

Solo che alle Owens l’amore ha sempre avuto qualche problema con il lieto fine, o con la morte dei propri uomini, per l’appunto. Oggi di quella malinconia da strega rimane qualche grillo incastrato nelle orecchie, un fastidioso ronzio che forse, non sta bene ignorare.

Amori e Incantesimi 2 trattiene quel ricordo malinconico su cui, Susanne Bier – la nuova regista – costruisce continuamente un dialogo con il film di Griffin Dunne, in maniera attenta – a tratti troppo canonica, con una continuità narrativa eccellente ma sterile nella risoluzione finale.

Bier costruisce il sequel attorno al richiamo con una serie di elementi visivi e sonori al primo film. La casa, gli oggetti, le sorelle Owens, le zie, la musica: tutto sembra appartenere a un passato che non vuole restare passato. Il primo Amori e incantesimi non fu accolto particolarmente bene nel 1998. Ma negli anni è diventato quel profumo d’autunno con quel giusto pizzico di cannella e qualche sortilegio annesso, tanto da confermarsi come un film da classico rewatch stagionale.

Un piccolo oggetto di culto cresciuto attraverso la televisione, l’home video e poi la cultura digitale. Una storia che abbiamo il piacere di ritornare ad ascoltare ma che forse ha qualcosa di troppo familiare che gracchia alla nuova generazione, per essere solo lasciato in superficie. Per la prima volta, una Major avrebbe potuto indagare orizzonti nuovi senza rimanere incastrata nel mondo fan service, una classica scorciatoia narrativa dal carattere affettivo certo, ma pur sempre vincolante e ripetitiva.

Donne, streghe, una congrega tutta al femminile, che potrebbe far oggi pensare ad un «gruppo demoniaco di autoscienza femminista», o forse a riflettere su quella frase quasi assurda: «È morto perché lo amavo così tanto». Forse non è casuale che si parli ancora di streghe, di eredità, di richiami.

Il vero centro del film non è soltanto l’appartenenza, la sorellanza, ma ciò che questa può rappresentare. Il modo in cui oggi viviamo i rapporti, portando a galla una serie di domande che il pubblico degli anni ottanta ha portato con sé, sotto la scopa, o in un grimorio – come in questo caso. Quasi trent’anni dopo, quel ronzio fastidioso che le protagoniste sembrano non ascoltare, ritorna in superficie nel sequel –  sotto forma di memoria, maledizione, amore e corpo.

Un’eredità che trascende e attraversa generazioni: le nuove protagoniste ereditano ciò che la madre e zia Gillian avevano provato a nascondere. Sarà proprio quell’insetto a ricordare alle Owens che il rimosso – se non affrontato – nel cinema come nella vita, ha una pessima abitudine: non scompare. Bussa. Ritorna. A volte gracchia, come in questo caso.

«Quanto si è disposti a sacrificare pur di essere amati?»

Se nell’accezione canonica patriarcale, la donna è «addomesticata e inoffensiva», colei che «infesta sitcom, biglietti d’auguri e manuali sulla genitorialità […] predisposta per natura alla cura dei figli e che solo in questo riesce a realizzarsi pienamente» (J. Ellison, S. Doyle; Il mostruoso femminile).

Nel mondo moderno, si compie un’inversione: c’è realizzazione di sé solo attraverso l’amore romantico. Diventa quindi una condanna, una maledizione. «Chi rimane coinvolto con una Owens è sempre destinato a finire due metri sotto terra».

È questa la maledizione di famiglia, che ancora una volta, vede morire il nuovo amore di Sally, costretta a cancella dalle figlie il ricordo della magia, interrompere la trasmissione della maledizione, e impedire che ciò che aveva segnato la sua famiglia arrivasse alla generazione successiva. 

E così, quando la giovane figlia Kylie si innamora, la maledizione torna a farsi sentire: riemerge. Non si tratta quindi, solo di nostalgia ma di genealogia, eredità. Le figlie ricevono ciò che le madri avevano tentato di non trasmettere: non soltanto la magia, ma una paura, un trauma, un modo di amare, mondi interiori irrisolti.

Il film sfiora così una questione molto più grande del proprio trama: quanto di ciò che ereditiamo è davvero nostro? Che cosa succede quando ciò che una generazione non è riuscita a risolvere diventa l’eredità della generazione successiva?

È il punto in cui la fantasia delle Owens incontra qualcosa di profondamente reale: ciò che una generazione rimuove può diventare il linguaggio con cui quella successiva prova a raccontarsi, o a trasformarsi. Amori e incantesimi 2 sembra aver paura di scavare davvero, ed esorcizzare le proprie paura – con una stella a cinque punte e qualche incantesimo in più.

«Qualsiasi donna all’interno del sistema patriarcale ha qualcosa che la spaventa, sotterrato da tempo, nascosto sotto al pavimento, ma non ancora morto. Una notte, quando siete sole, prestate ascolto. Lo potrete sentire mentre spinge contro la porta, aspettando che lo facciate entrare» (J. Ellison, S. Doyle; Il mostruoso femminile).

La contraddizione esplode con zia Franny. Quando la maledizione torna a bussare alla porta, Franny decide di non consegnarla alle nipoti. È la vecchia generazione, questa volta, a interrompere il ciclo: il trauma non viene più tramandato come un’eredità inevitabile, e chi viene dopo non è costretto a spendere la propria vita per riparare ciò che è stato fatto prima. È una conquista vera. Forse la prima.

Eppure, il debito viene estinto ma a pagarlo è ancora una donna. «Si dice che una madre è qualcuno che “dà la vita”, ma nessuno ha mai detto che la vita che darà sarà la sua» (J. Ellison, S. Doyle; Il mostruoso femminile). La frase sembra chiudere il cerchio. E invece lo riapre. Perché il sacrificio di Franny può essere letto come la prima vera interruzione della maledizione — una donna che sceglie consapevolmente il proprio destino — ma anche come la sua ultima, dolorosa ripetizione.

È questo il punto in cui il film avrebbe potuto diventare davvero radicale. Forse è questa la domanda che Amori e incantesimi 2 lascia, anche senza avere sempre il coraggio di seguirla fino in fondo: possiamo ereditare una storia senza ereditarne anche la condanna?                                                                                                           

Le Owens hanno passato generazioni a convivere con una magia che sembrava decidere per loro. Sally prova a spezzarla cancellandola. Le figlie la ritrovano proprio perché era stata cancellata. E il sequel, con il suo ritorno alle immagini, ai personaggi e ai rituali del primo film, finisce quasi per riprodurre la stessa dinamica. Anche la nostalgia è una forma di rimozione fallita: proviamo a recuperare ciò che è stato.

Forse per questo l’insetto è l’immagine più precisa del film. Continua a ronzare. Anche quando nessuno vuole più ascoltarlo. Perché il passato non muore quando lo seppelliamo in un roseto sotto il portico di casa.

A volte aspetta.

A volte, gracchia.

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