Beast. Quasi un “remake” di Rocky 3 e 4 dove la boxe cede il passo alla MMA.

Un ex campione di MMA (arti marziali miste), interpretato da Daniel MacPherson, (attore australiano, visto già in Land of Bad, in Poker Face e Nelle pieghe del tempo), senza lavoro e incapace di sostenere la propria famiglia, viene trascinato nuovamente nella gabbia dell’ottagono per affrontare un vecchio avversario che nel frattempo gli manda prima in coma, e poi uccide il fratello. Un tempo leggenda e ora outsider, aiutato solamente dalla figlia del suo vecchio allenatore, dovrà risvegliare il guerriero che pensava di aver sepolto per sempre dentro di sé. L’obiettivo è uno solo: vincere.

Un film talmente prevedibile da annoiare.

Vi diciamo subito che questo film delude parecchio, non tanto per come è stato realizzato, quanto per la sua storia di una prevedibilità talmente alta da arrivare ad annoiare lo spettatore che sa già, in anticipo, cosa accadrà.

Il fil rouge è quello visto e rivisto…Ex campione caduto in disgrazia, famiglia in pericolo (di povertà), un figlio in arrivo, fratello/amico morto dal “cattivone”, allenamento, avversario temibile, match finale con l’antagonista con botte da orbi e sangue come se piovesse. In Rocky III avevamo la caduta del protagonista costretto a rimettersi i guantoni per dimostrare ancora di valere qualcosa mentre in Rocky IV il combattimento deriva dalla morte di Apollo e successiva volontà di vendetta. Vi sono poi dei richiami (o meglio delle scopiazzature) anche da altri film quali Warrior o Southpaw.

Beast non copia una singola scena per mancanza d’immaginazione: mette insieme un intero torneo di soluzioni già viste e spera che il sudore le renda nuove. Non ci riesce.

Russell che ci combini?

Peggio ancora, il dramma familiare tira spesso i personaggi per la maglietta dove serve alla sceneggiatura. Il rapporto con la lotta diventa una scorciatoia per parlare di identità maschile; la contrarietà della moglie deve fare spazio all’entusiasmo quasi a comando; perfino la deriva nell’alcol segue una traiettoria troppo comoda per sorprendere.

La posta emotiva c’è, ma è disposta sul tavolo come l’attrezzatura prima di una lezione dimostrativa. Si capisce a cosa serva ogni pezzo. Persino il titolo del film è poco fantasioso: pensate che doveva originariamente intitolarsi The Beast in Me, cambiato forse perché stava uscendo l’omonima miniserie Netflix.

Tra l’altro la locandina ed il trailer del film ingannano (non si sa se volutamente o meno) lo spettatore sul ruolo di Russell Crowe, qui anche sceneggiatore, che è piuttosto marginale come ex allenatore del protagonista – talmente marginale che, quando detto protagonista deciderà di tornare sul ring dopo dieci anni, ad allenarlo sarà la figlia del suo vecchio coach.

È un progetto in cui credeva, insomma, confezionato nella nativa Australia, insieme a una squadra di gente con cui aveva già collaborato (anche lui era in Land of Bad insieme a Luke Hemsworth). Almeno però nel film spara un paio di frasi da mentore quando è il momento giusto e lo fa con una tale classe da risultare l’unico a essere in grado di scalfire la superficie per infondere un po’ di gravitas al film. Nel mezzo di tutti questi mestieranti, è l’unica vera star del cinema e si capisce perché.

Anche i personaggi secondari deludono, ad esempio il fratello del protagonista, tale Malon (Mojean Aria), un tamarro col viso tatuato ed i capelli rosa con un fisico esile poco credibile per uno sport come l’MMA ed infatti finisce in coma dopo un match con Xavier Grau (Bren Foster, vi avevamo parlato del suo Life After Fighting, che almeno è solidissimo nelle scene di menare ma ha un personaggio di villain troppo generico per brillare).

“Gli ho dato un destro in bocca…m cascato come Gesù Cristo!”

Siamo più dalle parti del dramma sportivo che del film d’azione, solo che manca l’approfondimento dei personaggi necessario per reggere le parti senza botte. Non aiuta il fatto che per buona parte del secondo atto Beast gira a vuoto, attende, si ripete, devia, si sgonfia, e infine si gioca il colpo di scena melodrammatico per caricare il finale.

Il film si salva solo nelle parti in cui si menano di brutto, infatti i match del film sono ben coreografati e il peso delle mazzate è ben evidente – sia per il lavoro sul sonoro che sulle coreografie: ci sono un sacco di prese e momenti di stallo, che il regista Atkins però riesce a trasformare in momenti di tensione e suspense in grado di rivaleggiare con le scene in cui ci si prende più apertamente a cartoni sulle gote.

Dal 1° ottobre sarà nelle sale, ed anche se non sapete nulla di MMA potete godervelo ben sapendo che non avrete nel corso del film sorprese e tutto scorrerà come voi immaginerete.

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