Infanzia e stereotipi di genere in TV: recensione del saggio di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi

Introduzione
Può una semplice pubblicità influenzare il modo in cui un bambino immagina il proprio futuro? È da questa domanda, tanto semplice quanto scomoda, che prende avvio Infanzia e stereotipi di genere in TV, il saggio di Anna Antoniazzi e Irene Biemmi dedicato al rapporto tra media, infanzia e costruzione dell’identità.
Attraverso un’attenta analisi di spot televisivi e programmi per l’infanzia, le autrici dimostrano che i media non intrattengono soltanto, ma influenzano anche il modo in cui i più piccoli vedono se stessi e il mondo che li circonda.
Ciò che rende questo libro particolarmente interessante è il fatto che non si limiti a denunciare la presenza degli stereotipi di genere, ma cerca di capire come questi si siano trasformati nel tempo. Oggi, infatti, le differenze tra maschi e femmine non vengono più presentate in modo così evidente come accadeva in passato. Al contrario, sono spesso nascoste in piccoli dettagli che, proprio perché sembrano normali, rischiano di passare inosservati.
Il ruolo della famiglia: la madre è sempre presente, il padre quasi mai
Uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente riguarda il modo in cui vengono rappresentati i ruoli familiari.
Le autrici osservano che molte bambine, negli spot pubblicitari, giocano a fare la mamma: accudiscono bambole, preparano il cibo o svolgono attività domestiche. Al contrario, quasi nessun bambino viene mostrato mentre interpreta il ruolo del padre.
Questo dato può sembrare poco importante, in realtà trasmette un messaggio molto preciso. La cura della famiglia continua a essere considerata un compito “naturale” delle donne, mentre la figura del padre rimane legata soprattutto al lavoro o addirittura è assente.
Il rischio è che i bambini crescano pensando che prendersi cura degli altri sia soprattutto una responsabilità femminile, perpetuando così una visione ancora molto tradizionale della famiglia.
Le professioni: più possibilità per le bambine, ma non ancora una vera parità
Il libro dedica molto spazio anche ai mestieri rappresentati negli spot.
Rispetto al passato, le bambine vengono mostrate in ruoli molto più vari: possono essere chirurghe, giornaliste, veterinarie, pilote, sportive o chef. Questo rappresenta sicuramente un cambiamento positivo.
Tuttavia, osservando con attenzione, emerge che le figure maschili continuano a occupare soprattutto ruoli legati all’azione, alla forza, all’avventura e alla leadership. I bambini sono spesso esploratori, pompieri, agenti segreti, guerrieri o scienziati.
Le bambine, invece, pur avendo oggi maggiori possibilità rispetto al passato, rimangono spesso associate anche a figure tradizionali come la principessa, la maestra o la cuoca.
Le autrici fanno capire che il problema non è tanto il numero delle professioni rappresentate, quanto il significato simbolico che esse trasmettono. Ai bambini viene comunicato che possono conquistare il mondo; alle bambine che, pur potendo fare molte cose, devono comunque mantenere caratteristiche considerate tipicamente femminili.
I colori raccontano molto più di quanto immaginiamo
Una delle parti più originali del libro riguarda l’analisi dei colori.
Le autrici spiegano che i colori non sono semplici elementi estetici, ma trasmettono emozioni e valori.
Negli spot dedicati alle bambine prevalgono il rosa, i colori chiari e luminosi, gli ambienti delicati e ricchi di dettagli. Il mondo femminile appare dolce, magico e rassicurante.
Negli spot rivolti ai bambini dominano invece il blu, i colori scuri, i forti contrasti e le ambientazioni dinamiche.
Questa scelta contribuisce a costruire due mondi completamente diversi. Da una parte troviamo la dolcezza, la fantasia e la cura; dall’altra il coraggio, la forza e l’avventura.
È sorprendente rendersi conto di come un elemento apparentemente semplice come il colore possa influenzare il modo in cui bambini e bambine imparano a riconoscersi.
Gli spazi: chi resta dentro e chi esplora il mondo
Anche gli ambienti nei quali si muovono i protagonisti hanno un significato importante.
Le bambine vengono rappresentate soprattutto in spazi chiusi e protetti: case, camerette, castelli o mondi fantastici.
I bambini, invece, sono spesso all’aperto: nei boschi, sulle montagne, nelle città, nei deserti o su piste da corsa.
Questa differenza suggerisce due modi diversi di vivere il mondo. Alle bambine viene associata una dimensione più domestica e relazionale, mentre ai bambini viene attribuito il ruolo di chi esplora, affronta rischi e supera ostacoli.
Anche senza accorgersene, quindi, la televisione trasmette aspettative differenti su ciò che maschi e femmine dovrebbero fare.
Le emozioni hanno un genere?
Il libro affronta anche un tema molto interessante: quello delle emozioni.
Le bambine vengono rappresentate mentre provano stupore, gioia, meraviglia e dolcezza. Sono spesso sorridenti e mostrano apertamente le proprie emozioni.
I bambini, invece, vengono associati soprattutto alla determinazione, alla concentrazione, alla competizione e alla voglia di vincere.
Questo significa che la televisione non insegna soltanto quali giochi siano adatti ai due sessi, ma anche quali emozioni siano considerate più “appropriate” per ciascuno di loro.
È un messaggio molto potente, perché influenza il modo in cui bambini e bambine imparano a esprimere ciò che provano.
Il “termometro del sessismo”
Uno degli strumenti più interessanti proposti dalle autrici è il cosiddetto “termometro del sessismo”.
Si tratta di una scala che permette di valutare quanto uno spot o un programma televisivo sia stereotipato.
L’idea è particolarmente utile perché dimostra che non esistono soltanto pubblicità completamente sessiste o completamente inclusive. Esistono molte situazioni intermedie, nelle quali convivono elementi innovativi e modelli ancora legati al passato.
Questo aiuta il lettore ad assumere uno sguardo più critico e meno superficiale nei confronti della comunicazione televisiva.
Guardare la televisione con occhi nuovi
Nella parte finale del libro le autrici riflettono sul futuro.
Negli ultimi anni sono comparsi spot e programmi che cercano di proporre modelli più inclusivi e meno legati agli stereotipi tradizionali. Tuttavia, il cambiamento è ancora lento e non sempre coerente.
Per questo motivo Antoniazzi e Biemmi sottolineano l’importanza dell’educazione ai media. Bambini, insegnanti e genitori dovrebbero imparare a osservare con attenzione ciò che viene mostrato in televisione, ponendosi domande sul significato delle immagini, dei colori e delle storie raccontate.
Le autrici richiamano anche l’attenzione sull’intelligenza artificiale, che potrebbe riprodurre gli stessi stereotipi presenti nei dati con cui viene addestrata. È quindi fondamentale continuare a sviluppare uno spirito critico anche nei confronti delle nuove tecnologie.
Considerazioni personali
Ho trovato questo libro molto interessante perché affronta un argomento che riguarda la vita quotidiana di tutti. Spesso pensiamo che uno spot pubblicitario o un cartone animato siano semplicemente un momento di svago, ma le autrici dimostrano che ogni immagine, ogni colore e ogni personaggio trasmettono messaggi che possono influenzare il modo in cui bambini e bambine costruiscono la propria identità.
Ciò che ho apprezzato maggiormente è il fatto che il libro non si limita a criticare la televisione, ma invita il lettore a osservare i media con maggiore consapevolezza. Dopo aver letto queste pagine è difficile guardare una pubblicità senza chiedersi quale idea di uomo o di donna stia proponendo.
Ritengo che questa sia la forza del volume: insegnare a guardare oltre l’apparenza e a riconoscere quei piccoli dettagli che contribuiscono a formare il nostro modo di pensare fin dall’infanzia.
Conclusione
Infanzia e stereotipi di genere in TV è un libro che consiglio non solo a chi studia pedagogia o scienze dell’educazione, ma anche a genitori, insegnanti ed educatori. Con uno stile chiaro e supportato da numerosi esempi, le autrici mostrano come la televisione continui a influenzare la costruzione dell’identità di genere, anche quando gli stereotipi sembrano meno evidenti rispetto al passato.
La lettura lascia una riflessione importante: il cambiamento è iniziato, ma c’è ancora molta strada da fare. Per costruire una società realmente inclusiva non basta modificare le immagini che vediamo in televisione; è necessario imparare a leggerle con senso critico. Solo così sarà possibile offrire ai bambini e alle bambine la libertà di immaginare il proprio futuro senza sentirsi limitati da modelli imposti.