Dylan Dog 478 Harlech Asylum: il NON ritorno del villain
Da tempo annunciato, desiderato, atteso, è finalmente giunto in edicola (se ancora ne avete una vicino casa) l’ultimo mensile dylandoghiano Harlech Asylum.
Il numero 478 della serie regolare continua i festeggiamenti del quarantennale dell’indagatore dell’incubo con un cast folto e di qualità:

In realtà la schiera di autori è condivisa con l’albetto a colori allegato realizzato in collaborazione con Poste Italiane dal titolo “Il francobollo maledetto”. Ma di questo parleremo a fine articolo.
Un luogo iconico
Harlech è un luogo cardine nella mitologia dylaniata: più volte il destino dell’indagatore dell’incubo si è intrecciato con le mura di questo posto, e quasi mai per motivi piacevoli. Il luogo è strettamente collegato a Lord Chester, nobile inglese e ospite del manicomio e personaggio ricorrente nelle storie di Tiziano Sclavi. Lord Chester è un pari d’Inghilterra affetto da evidenti disturbi mentali, e ogni volta che incontra il suo amico Dylan, dimostra il proprio affetto con modi bruschi e maneschi
Il personaggio appare storicamente in albi iconici come il numero 8, Il ritorno del mostro, e in seguito in storie cruciali della gestione di Roberto Recchioni come il 406, L’ultima risata, dove viene approfondita la sua figura.
Attraverso figure come Chester, gli autori di Sergio Bonelli Editore hanno spesso esplorato il tema della diversità, ribaltando il concetto di “mostro” e mostrando la profonda umanità di questi pazienti emarginati
Non fa eccezione questo albo che approfitta dello status del luogo per calare il lettore in una sceneggiatura che gioca molto sulla dualità di due personaggi contrapposti.
Pregi e difetti della sceneggiatura
C’è un uomo, rinchiuso nel manicomio di Harlech, che non ha alcuna memoria del proprio passato. Il suo nome è Arthur Fanshawe, ma è convinto di essere… Dylan Dog. E mentre il “vero” Indagatore dell’Incubo segue le tracce di misteriose sparizioni di cadaveri fino alla remota cittadina di Undead, proprio Arthur si rivelerà la chiave per impedire al mondo di precipitare nell’oscurità!

La sceneggiatura di Marco Nucci, come dicevamo, si diverte a giocare con il lettore costruendo un sistema di specchi che hanno lo scopo di non farci mai capire chi è Dylan e chi è Arthur…ammesso che sia mai esistito!
Il grosso problema di questa storia, almeno per chi scrive, coincide con il motivo principale per il quale la maggior parte dei lettori aspettava quest’albo: il ritorno (?) di Xabaras.
Ebbene si, lo scienziato pazzo, padre (?) e peggior nemesi di Dylan torna in questo albo, ma in maniera del tutto inutile e quasi per niente incidente con la sceneggiatura. Fondamentalmente è una storia che nulla aggiunge alla mitologia del personaggio e che non dice nulla più di quanto non si sia detto e raccontato su di lui.
Anche la componente “familiare” che vedeva Xabaras in qualche modo imparentato con l’indagatore dell’incubo, qui è appena accennata in un baloon, un semplice richiamo al passato senza osare più di tanto nel rimaneggiare e dare nuova linfa ad un glorioso passato (come ha fatto, ad esempio, Bilotta ne La grande consolazione, giusto per citarne una).
La storia avrebbe funzionato lo stesso, e forse anche meno forzatamente, senza l’inserimento del dottore, che resta del tutto ininfluente (o quasi) nelle vicende ambientate ad Harlech.
Se la sceneggiatura convince solo a metà, il comparto grafico riesce invece a elevare sensibilmente il valore complessivo dell’albo, regalando alcune delle tavole più evocative viste sulla serie negli ultimi mesi.
I disegni di Paolo Martinello
I disegni di Paolo Martinello sono probabilmente l’aspetto migliore dell’albo. Il suo tratto, ricco di dettagli e fortemente espressivo, costruisce un Harlech Asylum cupo e decadente, sospeso nel tempo, quasi fosse un luogo rimasto intrappolato tra il Seicento e l’Ottocento. Ogni ambiente trasmette un senso di oppressione, mentre le tavole sono letteralmente divorate dalle ombre.
L’utilizzo del nero è uno degli elementi più interessanti del lavoro di Martinello. Più la vicenda sprofonda nella follia e nell’incertezza, più le campiture nere si fanno invadenti, fino a soffocare personaggi e ambientazioni. È una scelta narrativa prima ancora che estetica, che accompagna perfettamente la perdita di punti di riferimento vissuta dal lettore.

Di grande impatto anche il lavoro sulle espressioni. Gli sguardi vuoti dei pazienti di Harlech raccontano una sofferenza silenziosa e rimandano immediatamente all’immaginario dei vecchi manicomi, quando questi luoghi erano più simili a istituti di segregazione che a centri di cura. Martinello sembra attingere direttamente all’iconografia della psichiatria di inizio Novecento, fatta di fotografie cliniche, volti consumati dalla malattia, dagli psicofarmaci e dagli abusi subiti durante la permanenza negli ospedali psichiatrici.
Non mancano, inoltre, alcune citazioni cinematografiche. La più evidente è quella a Notorious di Alfred Hitchcock, omaggio che gli appassionati del maestro inglese riconosceranno con piacere e che contribuisce ad arricchire ulteriormente un comparto grafico già di altissimo livello.
Il francobollo maledetto
In allegato all’albo mensile c’è l’albetto realizzato in collaborazione con Poste Italiane in occasione di Lucca Comics.
La storia, con Barbara Baraldi alla sceneggiatura e Bruno Brindisi ai disegni è piacevole e racconta, senza troppi fronzoli, le vicende legate ad un francobollo maledetto. Un piacevole extra che completa la proposta mensile.
Bruno, marmoreo, è come sempre una certezza ai disegni anche per un albo leggero e di “contorno” come questo, con una sintesi grafica come sempre ineccepibile. Per qualcuno sarà “oldschool”, per me è semplicemente intramontabile.


