Venezia 83: l’esordio di Marco Santi con IL GRANDE GIAFFA
L’esordio nel lungo di Marco Santi con Il grande Giaffa rappresenta uno dei tentativi più curiosi e stratificati visti al festival nell’ambito del racconto d’identità. Il film affronta il tema universale della ricerca e dell’affermazione di sé, mettendo in scena la crisi esistenziale di un protagonista, Giaffa, visibilmente spento, privo di particolari ambizioni o slanci vitali, una figura che richiama la grande tradizione della maschera “fantozziana”: un uomo schiacciato dalla quotidianità, tragicomico nelle sue debolezze e costantemente invisibile al prossimo, se non quando deve essere oggetto di scherno.

La svolta narrativa si innesca quando al protagonista si presenta un’opportunità inaspettata, una via di fuga che gli consente di accedere a una realtà completamente diversa. La sua occasione di riscatto, di farsi notare, di ascendere da Giaffa a Grande Giaffa. Santi è molto bravo nel descrivere la transizione verso questa nuova esistenza, evidenziandone sia i vantaggi che gli svantaggi. La forza del film risiede nella capacità di mantenere un ritmo coinvolgente, intrattenendo lo spettatore senza mai perdere di vista l’osservazione psicologica del protagonista. La fotografia, sui toni scuri e del grigio, riflette lo stato d’animo del personaggio. La regia, inoltre, dipinge l’ascesa di Giaffa contemporaneamente come una discesa. Il gioco sonoro del finale, speculare a quanto visto nel primo atto, corona un racconto dall’identità delineata e dal messaggio chiaro.
Giusto denotare che, nel tentativo di toccare una moltitudine di temi differenti, il film finisce per lasciare un retrogusto di “già visto“. Le dinamiche principali e alcuni snodi narrativi seguono i canoni di una commedia drammatica piuttosto classica. Per quanto ben realizzato, il film manca di un pizzico di originalità.

Nel complesso, Il grande Giaffa si conferma un’opera prima riuscita e godibile. Pur senza rivoluzionare i canoni del genere a cui appartiene, il film dimostra la capacità registica di Marco Santi, regalando allo spettatore una storia capace di intrattenere e far riflettere sul tema del prezzo del proprio riscatto e sulla figura dell’impostore, che agogna un’esistenza migliore anche se, talvolta, non è in grado di governarla.