The Social Reckoning – Sorkin torna su Facebook ma con meno mordente
A quindici anni di distanza dal memorabile The social network di David Fincher, arriva The Social Reckoning – che uscirà in Italia l’8 settembre come “The Social – il prezzo della verità” e abbiamo visto in anteprima. Scritto anche questo da Aaron Sorkin, che con The social network aveva vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. Sorkin dirige anche il film, ruolo che ha cominciato ad assumere nell’ultima decade.
Zuckerberg e Facebook, quindici anni dopo
Invece che sulla nascita di una piattaforma e la psicologia del suo fondatore, Sorkin ci propone un thriller giuridico, ricostruendo gli eventi che hanno portato nel 2021 a scoprire che Facebook era del tutto consapevole degli effetti negativi delle proprie piattaforme: diffusione di notizie false, promozione di gruppi estremisti, idee radicali e aumento dei disturbi d’ansia e depressione negli utenti.
Mikey Madison (principalmente nota per Anora) interpreta Frances Haugen, ingegnera entusiasta di Facebook che scopre che l’azienda spinge gli utenti verso gruppi estremisti, di proposito. Quando nessuno nell’azienda sembra interessato ad ascoltarla, Frances dà l’imbeccata a Jeff Horwitz (Jeremy Allen White) giornalista del Wall Street Journal in cerca di un whistleblower. Come in The Social Network, la narrazione alterna questo arco al presente: Zuckerberg (Jeremy Strong) si prepara a un’udienza col Congresso per difendersi dall’inchiesta, uscita in più articoli nel 2021. Da notare la scelta di Strong al posto di Jesse Eisenberg — Sorkin aveva espresso interesse a riavere quest’ultimo nel ruolo, ma la discontinuità in realtà aiuta a percepire il film come opera indipendente.
Il film non è eseguito male, Sorkin porta a casa bene la storia che voleva raccontare, ma non si può dire neanche che brilli. Poche scene e scambi restano davvero impressi, e niente è realmente memorabile — nonostante un inizio promettente: una scena costruita su un avanti e indietro serrato tra personaggi, con un’escalation di isteria e conflittualità che sfiora il paradossale ma è radicata in fenomeni sociali reali. Il resto del film non mantiene la promessa di quella tensione. Sul piano visivo il film è senza particolari ambizioni stilistiche. Non disturba, ma non lascia il segno.
Interessante l’interpretazione di Strong, che restituisce un Mark Zuckerberg robotico, del tutto coerente con le movenze ed espressioni coerenti con quelle reali delle sue udienze al Congresso. Sorkin scrive Zuckerberg come un uomo che ora ha potere sconfinato e, come effetto di ciò, un ego ancora più grande. Eppure, resta sempre fragile e mal guidato dal proprio istinto: mentre arrivano le notizie dell’inchiesta e si trova ad affrontare l’impresa (titanica) di “sembrare simpatico”, ci appare come un despota il cui impero sta per crollare.
L’amarezza di un problema irrisolto
Ci si concentra molto su Frances, e sul suo arco di trasformazione interiore. In questo senso, il film segue una parabola speculare a quella di The social network. Una storia di presa di coscienza, di redenzione, potremmo dire, dove il film del 2010 mostrava una caduta morale. È una scelta intelligente, quella di mostrare il conflitto morale di una persona che crede davvero in quello che sta facendo. È facile empatizzare con Frances, pur non essendo ingegneri, perché lei rappresenta un ottimismo verso internet e le sue possibilità che è effettivamente entrato in crisi di fronte all’evidenza alla direzione che le piattaforme hanno realmente preso. Il personaggio di Jeff Horwitz risulta simpatico ma monodimensionale e, pertanto, anche poco memorabile.
L’amarezza nel constatare che Facebook non è (solo) uno strumento per connettere le persone, ma uno strumento di propaganda, di traumi personali e, soprattutto, di arricchimento dei suoi azionisti, è un sentimento che è facile condividere. La fiducia iniziale di Frances appare un po’ ingenua, di primo acchito – fino a che non ci si rende conto che era molto più condiviso, una volta.
Il film offre uno spiraglio di redenzione personale, ricostruisce una storia in cui il “quarto potere” fa il suo lavoro. Davide contro Golia. Una bella narrazione, anche se poco convincente quando, uscendo dalla sala, ci si ricorda che Meta e le sue piattaforme continuano ad avere quei problemi.
Questo pensiero potrebbe sembrare poco importante nel valutare il film – come The social network non è una ricostruzione documentaristica della nascita di Facebook e della personalità di Zuckerberg, The Social Reckoning è più concentrato sull’evoluzione personale di Frances, e quella è ben eseguita, senza dubbio. Tuttavia, quel pensiero amaro in sottofondo è rimasto dopo l’anteprima.
È un film fatto bene, che interessa e non commette errori clamorosi, ma non riesce a lasciare nello spettatore un’impressione duratura.