The Gleaners and I – La vita è un racconto

Francia, inizio anni ‘60. Nasce la Nouvelle Vague, movimento fondamentale nella storia del cinema che ha portato a una rivoluzione del linguaggio cinematografico stesso, ridefinendone i canoni e sperimentando nuove tecniche innovative.

All’interno di questa corrente si distinsero due schieramenti, divisi – metaforicamente quanto geograficamente – dal corso della Senna a Parigi: la Rive Droite (la riva destra) e la Rive Gauche (la riva sinistra). Mentre nella sponda destra i “Giovani Turchi”, come Godard e Truffaut, incarnavano la cinefilia più pura e irriverente, nella sponda sinistra altrettanti cineasti, più maturi e anziani, si esprimevano in maniera diversa, fortemente legati alla lettura, alla fotografia e al forte impegno politico di sinistra.

Tra questi, un nome in particolare tende spesso a essere sottovalutato, per quanto invece sia una figura fondamentale del movimento, se non il suo anticipatore: Agnès Varda.
La cineasta di origine belga, infatti, con la sua opera d’esordio “Le Point Court”, ha in qualche modo anticipato i codici estetici e produttivi che la Nouvelle Vague avrebbe poi consolidato negli anni successivi, motivo per il quale ne è considerata la madre spirituale.

Nel corso degli anni, la sua produzione è rimasta ancorata alla sua essenza personale, negando qualsiasi etichetta e continuando, in autonomia, a fare quello che meglio le riesce: raccontare delle storie. Con il suo The Gleaners and I (2000), si interfaccia per la prima volta nel nuovo millennio e, con uno dei primi modelli di telecamera digitale alla mano, registra il suo viaggio per la Francia dedito a illustrare l’arte della spigolatura.

Spigolare significa raccogliere le spighe di grano rimaste nei campi dopo la mietitura, in passato era un’attività concessa ai poveri per integrare ulteriore cibo nella loro dieta quotidiana. L’operazione filmica della Varda attualizza questo concetto al nuovo millennio e alla società dei consumi, dimostrando in che modo il surplus di cibo prodotto venga spesso gettato via, anche se ancora buono per essere consumato.


Che siano patate, fichi o uva, gli spigolatori rurali approfittano dei residui sfuggiti alla mietitura, o lasciati volontariamente sul terreno, per poter avere da mangiare, spesso vivendo in condizioni di povertà, senza un tetto fisso, ai margini di una società che si è dimenticata di loro.

Questa eccedenza di cibo, scartato sovente di proposito come nel caso delle patate che, se non rientrano in alcuni criteri, vengono abbandonate nei campi a quintali, diventa la loro fonte primaria di sostentamento. Dopotutto, come testimonia un ex camionista ora in povertà, che vive in una roulotte: “non abbiamo paura di sporcarci le mani, si possono lavare”.


Il fenomeno della spigolatura, tuttavia, non è ancorato solo al contesto rurale, ma esiste anche in quello urbano, dove amplia il suo significato arrivando a includere gli oggetti. Qui, l’eccedenza di prodotti è ancora più visibile, con i cassonetti colmi di cibo ancora buono e le eccedenze del mercato mattutino abbandonate per strada.

C’è chi ne fa una questione etica, chi ne approfitta perché può e chi prende cianfrusaglie lasciate a loro stesse per strada per collezionarle. Il denominatore comune alla base è una società iper produttiva che produce più di quanto consuma, non rendendosi conto che quelli che per molti sono semplici scarti, per altri sono motivo di sopravvivenza.

Parallelamente, la Varda porta avanti un’altra indagine, più delicata e personale, che ha a che fare con la vecchiaia e lo scorrere del tempo. Se gli autoritratti, in pittura, catturano un’immagine reale e la cristallizzano nel tempo, quelli del nuovo millennio non hanno come supporto una tela, ma la telecamera digitale, capace di restituire anche il lento declino del corpo.

La regista punta l’obiettivo verse se stessa, senza nascondersi, riprendendo le sue mani rugose e i suoi capelli brizzolati, mostrando come la vecchiaia non debba per forza essere vista in maniera negativa: la sua visione della vita è colma di empatia e solidarietà verso il prossimo, per cui non stupisce che i segni della sua decadenza siano trattati con accettazione e tenerezza.

Narrare una storia, molte volte, è l’unico modo che si ha per preservarla, permettendo anche ai posteri di farne conoscenza. La Varda lo sa bene, per questo racconta storie di vita vissuta mettendo i protagonisti stessi davanti alla telecamera, così da permettere loro di avere una voce e di potersi raccontare senza filtri né limitazioni: il cinema si fa quindi portatore del dovere morale di dare dignità a ogni esistenza, restituendo un quadro sincero della realtà.

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