Pennadicorvo incontra Rita Porretto e Silvia Mericone

Nel corso degli ultimi anni, il duo Porretto–Mericone ha costruito su Dylan Dog un percorso narrativo molto riconoscibile, fatto di horror psicologico, fragilità umane e ferite che continuano a riaffiorare sotto forma di fantasmi, ossessioni e memorie distorte.
Storie come Il Risveglio sul Color Fest o gli episodi di Oldboy dedicati alla “mitologia di Cora” hanno mostrato una sensibilità particolare nel raccontare il dolore e il modo in cui questo possa trasformarsi in racconto horror.

Ne avevamo già parlato sulle pagine di Pennadicorvo con gli articoli dedicati a Il Risveglio – Dylan Dog Color Fest 48, Dylan Dog Oldboy 1 – 2: partenza col botto e Dylan Dog Oldboy 11.
Abbiamo quindi deciso di approfondire il loro modo di scrivere, il rapporto con l’orrore e la costruzione di una delle mitologie più affascinanti viste recentemente sull’Indagatore dell’Incubo.

Le vostre storie sembrano nascere più da un’emozione che da una semplice idea narrativa: da dove parte davvero il vostro processo creativo?

Porretto: Io credo che le nostre storie nascano più da un’intuizione, che può essere suggerita da un’emozione o supportata da un “banco” di idee, e ancora prima da una necessità di raccontare. Non ricordo chi disse che chi scrive storie è come una spugna, assorbiamo tutto ciò che ci accade intorno o che troviamo intorno a noi e qualche volta può succedere che la testa cominci a elaborare a partire da uno stimolo che arriva da fuori. Negli ultimi tempi però, mi rendo conto che le nostre storie nascono più da qualcosa che arriva da molto più vicino e che riflette uno stato d’animo vissuto, esasperandolo nel modo per noi più funzionale. Silvia è molto più metodica in questo, ma perché lo è in tutto, mentre per me avviene tutto sempre in modo molto più caotico e allora il mestiere, per così dire, entra in gioco in un secondo momento, per imbrigliare ciò che va bene, scostandolo da ciò che… no. 

Mericone: Il mio parte sempre mentre mi sto lavando i denti. Non scherzo… ma la storia di Cora e diverse altre idee sono nate proprio mentre mi lavavo i denti. Questa cosa avviene da anni, non so quale connessione ci sia fra i miei denti e il cervello, potrebbe essere oggetto di una storia horror in effetti. A parte l’aspetto situazionale, io non ho mai avuto un’origine per il processo creativo, qualunque cosa può farmi venire in mente una storia. Ad esempio Candiweb è nata dalla telefonata di una pubblicità il giorno di Pasqua. Ricordo che di fronte alla mia ritrosia ad accettare la sua offerta, questa operatrice a un certo punto accorata mi fa: “ma perché lei non vuole risparmiare!?” e io ho risposto: “perché sono pazza e mi piace buttare i soldi”.

Come funziona concretamente il vostro lavoro a quattro mani? Scrivete insieme ogni passaggio o esiste una divisione precisa dei ruoli?

Porretto: In realtà è molto più facile di quello che si possa spiegare a parole. È nato in modo spontaneo, si regge su un equilibrio molto variabile, ma mai fragile e con gli anni si è molto affinato. Una delle regole che abbiamo stabilito man mano è che chi ha avuto l’idea per il soggetto, poi detterà la linea per l’intero albo. Da qui, diamo il via al processo creativo, un confronto che a volte si fa serrato e acceso, com’è giusto che sia, anche perché abbiamo punti di vista molto diversi e con gli anni, mi rendo conto, anche per via del nostro percorso di vita individuale, ci siamo per certi versi ancor più distanziate e in questo io vedo una grande risorsa. Anche se Silvia mi accusa continuamente di essere rimasta ancorata agli anni ’80!

Mericone: più che divisione di ruoli, c’è una divisione di competenze. Rita è più brava in determinati aspetti del lavoro e io in altri. Quando Rita parla di “confronto acceso” usa un eufemismo, in realtà si tratta proprio di discussioni furiose. Contrariamente a quello che forse pensa la maggioranza, io e lei non andiamo assolutamente d’accordo nella scrittura delle storie. Siamo in contrasto su tutto, e quando dico tutto, intendo proprio a volte anche le singole inquadrature di una vignetta. Da questo esaurimento nervoso costante nasce tutto quello che realizziamo insieme.

Nei vostri racconti l’orrore raramente è fine a sé stesso, ma sembra sempre nascere da una frattura interiore. È una direzione che cercate consapevolmente?

Porretto: Stephen King ha fondato un’intera carriera sull’orrore usato come pretesto per raccontare i suoi demoni, come la violenza domestica o la dipendenza da alcolici, giusto per citarne un paio. In effetti, avrei potuto citare i pantaloni color kaki e le donnole… o il Maine! Ma sto divagando, chiedo scusa. Sai, credo che un autore debba essere in grado di scrivere qualsiasi tipo di storia e allo stesso tempo abbia il diritto di seguire le sue inclinazioni e usare la sua testa e le sue mani e tutto ciò che ci sta in mezzo per tirare fuori le storie che vuole raccontare. Ogni essere umano, crescendo, colleziona fratture e dentro queste fratture si creano a loro volta infiniti buchi neri. Se partiamo da questo presupposto, il potenziale di storie da raccontare equivale a infinito. Penso anche che quello che raccontiamo debba innanzitutto risultare credibile per me, debba suscitare qualcosa in me, altrimenti è solo mestiere e chi legge lo capisce e non è bello, no, non lo è. Tornando un attimo a King, per darti un’idea, uno dei passaggi che mi fece più orrore e che ancora ricordo (e chi mi conosce sa quanto sia difficile per me ricordare qualcosa!) è “la caduta” di padre Callahan.

Mericone: Sì, almeno per quanto mi riguarda. L’orrore nasce quando si rompe qualcosa in un equilibrio consolidato, che può essere anche un equilibrio sociale, non solo intimo di un individuo. Quella frattura portata alle sue estreme conseguenze costituisce il nucleo dell’orrore che mi piace raccontare.

Quanto c’è di personale nel modo in cui raccontate il dolore, il trauma e la fragilità dei vostri personaggi?

Porretto: Probabilmente suonerà banale, ma io credo molto nel fatto che per suggerire un’emozione, per raccontarla, prima di tutti devi conoscerla e questo vuol dire che in qualche modo deve averti attraversato. Non puoi soltanto immaginarla, devi comunque ricondurla a qualcosa di più “concreto”. Alcune delle nostre storie, soprattutto negli ultimi anni, attingono quasi in modo diretto al nostro vissuto, altre provengono dalle vite intorno alle quali, in qualche modo, orbitiamo. E poi sai, scrivere storie significa stare tante ore da solo all’interno di un mondo dove ti capita di “vedere” luoghi, “ascoltare” personaggi e decidere a chi e cosa dare attenzione, sottraendo te stesso a tutto il resto. Per me c’è tanto di personale in tutto questo.

Mericone: ecco, questo è uno di quei casi in cui io e Porretto siamo in disaccordo sulla nostra stessa estetica artistica. Personalmente non c’è “sempre” qualcosa di personale, ad esempio nell’ultima storia di Cora, che parla di un aborto, non c’è niente che mi riguardi. Nonostante molti abbiano pensato che fosse un’esperienza personale mia o di Rita o di entrambe. Un bravo autore per me non deve prendere spunto da qualcosa che gli appartiene, ma deve essere empatico. Nell’antica Grecia, questa parola veniva utilizzata per indicare il profondo legame emozionale e la partecipazione emotiva che univa l’aedo, il cantore professionista che recitava i poemi epici, al suo pubblico durante le performance orali. Io credo che sia quella la base di partenza, poi subentra il modo personale di raccontare, anche l’opinione dell’autore, il messaggio e la riflessione.

Vi interessa maggiormente spaventare il lettore o lasciargli addosso un disagio emotivo destinato a rimanere anche dopo la lettura?

Porretto: Io credo che l’ambizione di chi scrive storie sia quella di lasciare un ricordo in chi legge. Fermo restando che trovo tra le cose più nobili del mondo regalare anche solo qualche momento di svago, giusto il tempo della lettura di un albo, ma in generale se devo scegliere (devo?) preferisco ricercare un modo per andare in profondità, solleticare magari qualche corda, lasciare una riflessione o riportare a galla un ricordo, chissà.

Mericone: io punto sempre al disagio emotivo, è proprio una mia scelta stilistica. Infatti andando avanti negli anni ho letto qua e là, che una delle critiche che ci viene fatta più spesso è la poca ironia e “la pesantezza” di alcune narrazioni. Sono assolutamente d’accordo, ma è voluto. L’arte deve offrire una visione inedita della realtà e questa visione, nel mio caso, deve offrire un’introspezione umana a volte disturbante.

Arrivando alla “mitologia di Cora”: com’è nato questo personaggio e quando avete capito che sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice presenza episodica?

Porretto: Non l’abbiamo capito. O almeno io non l’ho capito. Ma io sono quella simpatica tra le due, non si può pretendere più di tanto da me. Ad ogni modo, Cora nasce dalla mente di Silvia e nella scrittura de il Lago nero non abbiamo mai pensato, neanche una volta, alla possibilità che potesse esserci un seguito. Ci siamo concentrate sul creare per quell’idea la migliore storia possibile ed è quello che facciamo sempre. O almeno ci proviamo ogni volta, per ogni nostra storia.

Mericone: Come ho già detto… è nata mentre mi lavavo i denti. Che ci fosse possibilità di un seguito, prima lo ha capito Roberto Recchioni, permettendoci di scrivere “Cuore Cattivo” e poi sicuramente Franco Busatta. Quest’ultimo ha proprio individuato la possibilità di argomentare la storia familiare di Cora ne “le pareti del cervello” e di farne un personaggio della cosmologia dylaniata in “fino all’ultimo respiro”. Siamo molto orgogliose del risultato, sentiamo di aver dato a Dylan qualcosa di nostro, ma nel pieno rispetto della testata.

La saga di Cora sembra essersi costruita nel tempo in maniera molto organica, quasi come un folklore interno al mondo di Dylan Dog. Era qualcosa di pianificato oppure è cresciuto storia dopo storia?

Porretto/Mericone: Non abbiamo mai neanche lontanamente pensato che un personaggio creato da noi potesse diventare ricorrente in Dylan. Anche perché il secondo episodio, in realtà si discosta molto dal primo e, anche qui, Cora, il “mostro”, è un pretesto per raccontare un altro tipo di orrore. Poi è stato Busatta a suggerirci di creare un terzo e quarto episodio. Allora siamo tornate a concentrarci su Cora, sul suo passato e su quello abbiamo ragionato tantissimo.

Cora appare come un fantasma, ma anche come una memoria impossibile da cancellare. Come la definireste voi?

Porretto: Cora per me rappresenta l’inevitabilità. È quella cosa per cui intuisci che ti farai male, la vedi anche arrivare, perché lei non si nasconde mai, semmai è la tua mente che rifiuta di accettarla finché non può fare altrimenti e a quel punto non puoi fare niente per fermarla e nell’attesa che arrivi a toccarti il senso di impotenza e di stretta alla gola si fanno sempre più pressanti. Cora, May ed Edith rappresentano tre aspetti diversi del dolore e della follia e del profondo senso di solitudine che nascono da essi.

Mericone: per me Cora, Edith e May, perché non possiamo più scinderle dopo l’ultimo episodio, rappresentano “il femminino”, nel senso più generale del termine. Ovvero la femminilità nelle sue ombre e luci. Mi premeva molto raccontare degli aspetti inconfessabili dell’animo di una donna, del suo rapporto con la follia, a cui le donne sono sempre state accomunate (dagli uomini però), del suo rapporto con la maternità, che è sconvolgente, con i figli, con l’uomo.

Il vostro Dylan Dog è spesso più vulnerabile che investigatore. È questa la versione del personaggio che vi interessa raccontare maggiormente?

Porretto: Il nostro Dylan è un essere umano o almeno noi cerchiamo in ogni storia di renderlo il più umano e credibile possibile. Questo vuol dire ragionare su tutte le sue sfumature, sulle sue fragilità, ma anche sui suoi difetti, i suoi punti di forza. Il suo metodo d’investigazione non può quindi prescindere da ciò che è, le sue scelte sono mosse da mille meccanismi che poco hanno a che fare con un approccio razionale e distaccato. Conosco, nel senso che leggo, Dylan da quando ero una ragazzina. È come se fosse un vecchio amico e per ovvi motivi il mio modo di vederlo e raccontarlo sarà diverso da quello che potrebbe essere il tuo o quello di chiunque altro.  Intendo dire, esiste un solo Dylan Dog, ed è quello di Sclavi, e poi ci siamo noi autori che in ogni storia tendiamo a esaltare un aspetto piuttosto che un altro, in base al nostro modo di guardarlo.

Mericone: è la parte che più mi interessa in ogni essere umano, direi, quindi i miei personaggi, tutti, anche il killer più crudele deve avere una fragilità, figurarsi il protagonista di una storia. Dylan ha avuto un grande pregio nell’universo fumettistico italiano, è stato fra i primi, secondo me, a portare sulla carta “l’umanità”. In un universo di eroi infallibili, la sua presenza era quasi in carne e ossa.

Le vostre storie sembrano più interessate alle ferite umane che ai mostri veri e propri: secondo voi l’horror moderno passa inevitabilmente dalla dimensione psicologica?

Porretto: Definisci “horror moderno”, perché ad esempio, leggendo questa domanda mi tornano in mentre i grandi classici come Frankenstein, Dracula, la mitologia Lovecraftiana, giusto per citarne qualcuno, e mi pare che una fortissima componente psicologica sia presente in tutti e tre. Ho sempre pensato che i mostri fossero un pretesto per dare un volto e un corpo alle nostre paure… così che ci facciano meno paura o che almeno ci permettano di farcene una ragione. Se riesci a definire la paura entro certi confini, collocarla nello spazio e darle un volto, puoi anche pensare, dopo che ti sarai abituato alla tremarella, di mettere su una strategia per affrontarla. Se rimane vaga e senza volto, invece, rimarrai sempre sopraffatto.  Mi rendo anche conto che con il tempo, sia nel mio piccolo che intorno a me, le paure sono cambiate o in realtà alle paure pregresse, ataviche direi, se ne sono aggiunte di nuove e spesso i mostri ci aiutano a esplicitarle, ma che l’orrore nasca da una ferita, da una “frattura” per me è forse la più grande tra le verità.

Mericone: il mondo è una questione di percezione, ciascuno di noi percepisce ogni singola cosa in modo diverso dal prossimo, quindi l’horror non può non avere una dimensione psicologica che si riflette nella realtà. Perché tutto è dimensione psicologica, possiamo dire di vivere in una grande mente, con tanti scomparti, fatti dalle menti di ciascuno di noi. E questa immagine già mi suggerisce una storia horror… pensa se le pareti di una di queste cellette mentali si rompesse e la mente di uno invadesse la mente di tutti.

Grazie a Rita e Silvia per lo spazio che ci hanno dedicato. Entrare un po’ più a fondo nei loro lavori è stata un’esperienza straordinaria.

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