Millennium Actress: un gioiello di Satoshi Kon finalmente nei cinema
Dall’11 al 13 maggio 2026, AnimeFactory distribuirà nei cinema italiani Millennium Actress, film del 2001 del compianto regista e sceneggiatore giapponese Satoshi Kon.
Meno noto del suo lungometraggio d’esordio, Perfect blue (1997), o di Paprika (2006), evidente ispirazione per Inception (2011), Millennium Actress non è da meno delle altre opere di Kon (ricordiamo anche Tokyo Godfathers), prematuramente scomparso a 46 anni per un tumore al pancreas.
Kon è venuto a mancare dopo appena quattro lungometraggi (più uno incompiuto), una perdita inestimabile, considerata l’impeccabile qualità del catalogo a disposizione. Le trame coerenti e ispirate a una profonda umanità, guidate da protagoniste femminili complesse e mai stereotipate. Il regista ha dimostrato di muoversi con facilità su diversi tipi di storia, mantenendo una profonda coerenza tematica.
In pressoché ogni film di Kon, la realtà e la finzione si mescolano. Gli ambienti realistici rafforzano gli elementi surreali, mentre i tagli e le transizioni sfruttano motivi geometrici e immagini per collegare in modo fluido i vari piani di realtà, memoria, sogno. Una tecnica che può disorientare, ma che rende il suo stile unico e immediatamente riconoscibile.
Finalmente arriva nelle sale italiane in una veste nuova
La proiezione in 4k del film è un evento. Anche se la pellicola in sé non è una “nuova uscita”, è la prima volta che il pubblico italiano avrà la possibilità di vederlo nelle sale – e vale la pena di andarci anche per chi lo ha già visto. Trattandosi dell’ultimo film di Kon fatto interamente in animazione tradizionale, l’esperienza in sala fornisce un dettaglio e un coinvolgimento emotivo che lo streaming non può restituire allo stesso modo. La colonna sonora di Susumu Hirasawa, che affianca regolarmente i film di Kon, guadagna enormemente nel contesto di un buon cinema.
La storia ruota attorno a Chiyoko Fujiwara, leggendaria attrice ritiratasi dalle scene improvvisamente, che concede la sua prima intervista. Genya Tachibana, regista del documentario e grande fan di Chiyoko, approfitta dell’occasione per restituirle una chiave che lei aveva perso anni prima negli studios. Questo ritrovamento innesca in Chiyoko una riflessione sull’interezza della propria vita e il racconto biografico si confonde con la sua sterminata filmografia, coinvolgendo anche Tachibana e il suo cameraman.
Come si diceva per gli altri lavori di Kon, realtà e finzione si confondono tra di loro. Se in Perfect blue questo produce un effetto inquietante, la sensazione in Millennium Actress è di grande gioia creativa – quasi un contraltare ottimista al primo film. I passaggi dalla realtà alla finzione, da un film all’altro, i mutamenti dei personaggi, sono un inno al potere della creatività e della ricerca. In qualche modo, durante la visione è inevitabile pensare a Citizen Kane: la statura quasi leggendaria del protagonista, la ricostruzione della sua vita lungo i decenni, il misterioso dettaglio (Rosebud in Orson Welles, la chiave in Satoshi Kon). Tuttavia l’atmosfera è giocosa, vibrante e il continuo sovrapporsi dei tre piani – la biografia reale, la trama dei film e l’intervista nel presente – non produce estraniamento, ma sembra tutto parte di una splendida storia.
E pur essendo una storia crepuscolare (Chiyoko è anziana, la sua ricerca è lontanissima, gli studi per cui lavorava sono falliti), Il film è tutto teso verso il futuro, pur restando in un dialogo costante col passato (data la natura biografica). L’incompiuto, la tensione verso una conclusione irraggiungibile e la gioia che nasce da questa ricerca perpetua, per sua natura asintotica, sono al centro della vita di Chiyoko e del film.
La luna, dice il pittore all’inizio, è più bella quando non è piena; quando è piena, inizia a calare. Il giorno prima che lo diventi, c’è ancora speranza per il futuro. Per Chiyoko, questa speranza e questo motore sono tutti nella chiave, il simbolo di una promessa che la muove per tutta la vita, che sembra mantenerla sempre giovane, come un amuleto.

In questa struttura frattale, ripetitiva ma sempre nuova, il film delizia anche con omaggi alla storia e al cinema giapponesi. Le varie scene che si susseguono nella parte centrale del film si spostano tra i drammi storici sul modello di Kurosawa, Kaiju alla Godzilla, fantascienza, Jidaigeki, ma anche scene reali della guerra in Manciuria, dei bombardamenti, della ripresa economica del dopoguerra.
La fittizia biografia di un’attrice diventa l’occasione per avere inseguimenti, scontri, magia e avventure. La struttura di ogni episodio si somiglia, ma niente ha mai fine e, pur ripetendosi, non torna mai esattamente uguale. Chiyoko continua per tutto il film a inseguire qualcosa, a fallire, riprovare e – nel frattempo – vivere una vita piena ed emozionante.
La chiave, i ricordi, il senso (Spoiler!)
Millennium Actress rappresenta una riflessione filosofica profonda sul senso, piuttosto intimo e imperscrutabile, della vita. Cos’è la vita se non una continua tensione verso un orizzonte ideale, ma irraggiungibile? Cosa ci spinge ad alzarci la mattina, se non un sogno che non è mai punto di arrivo, ma una tensione ideale verso l’orizzonte più lontano?
La chiave-oggetto al centro della narrazione non rappresenta altro che l’accesso al cassetto della memoria: il luogo in cui custodiamo i ricordi più preziosi, dove cristallizziamo la fiamma che ci tiene in vita. La protagonista, che richiama quella del celebre film Sunset Boulevard, è “costretta” a rivivere più volte, attraverso i film che interpreta, il viaggio senza fine e controcorrente verso l’innocenza di una fanciullezza perduta, incarnata nel primo, irraggiungibile, innocente amore.
La sua vita, pur ricca di soddisfazioni, resta per sempre prigioniera della nostalgia e del ricordo. Chiyoko, nella visione di Satoshi Kon, rappresenta lo spirito del ventesimo secolo: un mondo crepuscolare in cui la vecchia società giapponese viene cancellata da una modernità iconoclasta, che distrugge anche la casa di produzione ormai fuori dal tempo. È una donna crepuscolare che vede il Giappone trasformarsi, rimanendo però legata al suo ricordo più intimo, quello degli anni della giovinezza. Solo a un passo dall’ultimo anelito di vita, si riappacifica con il ricordo, comprendendo come, in fondo, fosse legata più al ricordo che alla persona conosciuta tanti anni prima.
Il suo ritiro dalle scene, ancora relativamente giovane, racconta la paura di invecchiare, di non incarnare più, agli occhi degli altri, l’idea che questi avevano di noi. La paura umana della decadenza, della crisi e del declino. Un po’ come una moderna Virginia Oldoini. Kon ci restituisce un racconto intimo, capace di trasmettere un senso profondo di malessere e amarezza, ma anche la consapevolezza di quanto i ricordi, e l’attaccamento ad essi, possano essere una prigione. Eppure, senza di essi, non avremmo radici: saremmo fiori in balia del vento. Ma spesso ci ricorda Kon, siamo siamo noi in primis o carcerieri delle nostre esistenze. Tenendo ben conto del messaggio di una vita che va vissuta come ricerca e mai come approdo.
Fino alla necessaria riconciliazione con noi stessi.
Millennium Actress è un classico contemporaneo, forse sottovalutato rispetto ad altri titoli di Satoshi Kon, e proprio per questo l’occasione di goderselo nei cinema è imperdibile. Chi scrive, forse tornerà a vederlo fra una settimana.
Marco Ferrari & Lorenzo Verdile

Millennium Actress, 2001. Animazione, drammatico. Di Satoshi Kon. Disponibile al cinema 11, 12 e 13 maggio 2026.

