Verity. Da un bestseller mediocre non può nascere un film soddisfacente.

Verity è l’adattamento cinematografico dell’omonimo best seller della scrittrice Colleen Hoover, che sforna romanzi a catena muovendosi fra la chick lit e le storie di suspence (è lei l’autrice anche del libro su cui era basato il recente It Ends With Us – Siamo noi a dire basta). Il regista Michael Showalter abbandona le confortevoli sponde della commedia romantica e del dramma biografico per addentrarsi nei territori impervi del thriller psicologico, assieme ad un cast importante che vede nei panni della protagonista Lowen Ashleigh la splendida Dakota Johnson, insieme a Josh Hartnett ed Anne Hathaway.

Lowen Ashleigh è una scrittrice sconosciuta che ha l’occasione della vita: viene infatti convocata dalla Hachette per fare da ghost writer di Verity Crawford, una scrittrice invece famosissima per una serie di cupi romanzi noir dal titolo “Le nobili virtù” raccontati sempre dal punto di vista del cattivo, e i cui personaggi sono “davvero incasinati”.

Verity ha avuto un incidente d’auto ed è rimasta completamente paralizzata, e Lowen dovrà scrivere tre nuovi libri della serie nello stile dell’autrice, trasferendosi nella sua casa del Vermont e mettendo ordine fra i suoi appunti e le sue tracce. La scoperta da parte di Lowen di un manoscritto/confessione redatto da Verity getterà una pesante ombra sulla scrittrice con conseguenze drammatiche.

Le contrapposizione tra le due donne emergerà via via che la storia procede, ma si intravede già nei loro nomi: Verity (ossia verità in inglese) sembra una superba dichiarazione di autenticità, Lowen punta invece alla volontà della donna di mantenere un basso profilo, come le tipiche acque chete (o gattemorte) che popolano certa chick lit.

Quando la trama di un libro non brilla un film non può fare miracoli.

Il primo incontro tra l’agente immobiliare e la femme fatale che ancora deve diventare scrittrice

La scrittrice Hoover pur avendo avuto successo non è Patricia Highsmith (per citare una grande autrice di personaggi ambigui e inquietanti, anche femminili) e neppure Daphne Du Maurier, ed il regista Michael Showalter non è Billy Wilder o Alfred Hitchcock. In Verity dunque, sia libro che film, tutto è schematico e sottolineato, nonché imperniato senza ironia sul presunto impulso femminile di una (o ogni?) donna a sostituirsi ad un’altra: un impulso che narrativamente ha dato frutti interessanti in ottimi noir come La vedova nera di Bob Rafelson o Inserzione pericolosa di Barbet Schroeder.

Come di molti testi della Hoover, sotto la patina neofemminista emergono tratti che potremmo definire misogini, mettendo due donne una contro l’altra a contendersi un uomo che è fondamentalmente una loro pedina. L’assunto è che le donne vogliano “prendersi tutto” quello che appartiene a un’altra. In Verity inoltre i personaggi sono uniformemente sgradevoli ed è quasi impossibile parteggiare per loro, rendendo il film non tanto un guilty pleasure, come poteva essere, quanto un pasticcio incoerente.

La ghost writer studia la scrittura dell’autrice di cui dovrà imitare lo stile

Impietoso è anche il confronto con alcune pietre miliari del cinema classico con ciniche protagoniste noir, da Femmina folle a La fiamma del peccato, che raccontavano la perversione e l’ambizione femminile in modo narrativamente innovativo e interessante, o Rebecca la prima moglie, che descriveva la rivalità fra una donna e il fantasma della vedova del suo compagno.

Non regge il confronto nemmeno con Una di famiglia – The Housemaid, dove uguale è il triangolo lui, lei l’altra ed analoghe sono le mire della più giovane sulle proprietà e gli affetti della donna più matura, pur tuttavia con più astuzia gestire con maggiore ambiguità e divertimento le sue svolte a sorpresa.

Anche il cast, per quanto con nomi “pesanti”, non brilla. Si salva solo la Hathaway, (che ci ha abituato però a perfomance migliori), immobilizzata per buona parte del presente narrativo, che trasforma Verity in una superficie sulla quale Lowen – e noi insieme a lei – possiamo proiettare qualsiasi cosa. Nei flashback cambia invece registro ed abbraccia senza esitazioni il melodramma, giocando con l’immagine della scrittrice seducente, narcisista e forse mostruosa che il manoscritto ci invita a costruire.

Gli sguardi ambigui della scrittrice di successo.

Dakota Johnson dimostra poi che, nonostante i molti film all’attivo, di non aver ancora raggiunto un livello di recitazione adeguato. Nella sua interpretazione lo sguardo resta troppo fisso, anche se rimane il dubbio che ciò fosse voluto, vista la battuta che le viene fatta da Josh Hartnett a riguardo.

Anche quest’ultimo non spicca, anche a causa della poca profondità del suo personaggio, talmente perfetto nelle apparenze da sembrare quasi irritante. Tutti i tre personaggi principali appaiono dunque poco attraenti, il che sarebbe più interessante se la vicenda fosse ironica e graffiante, invece qui ci si muove su un registro serioso che poco si addice a questa storia infarcita di implausibilità, a volte macroscopiche.

Verity rimane quindi un oggetto curioso: abbastanza assurdo da divertire, abbastanza elegante da sedurre per qualche tratto, ma mai abbastanza perverso, sensuale o rigoroso da diventare il grande thriller erotico che la sua premessa prometteva: raramente infatti si realizza la tensione erotica o il senso di pericolo necessari a sporcarlo davvero.

Persino quando i personaggi oltrepassano apertamente certi confini, la messinscena conserva una patina controllata che finisce per neutralizzare la trasgressione. Siamo lontani anni luce da pellicole diventate ormai cult come Basic instinct (anche qui abbiamo il ruolo di una scrittrice ambigua).

Dal 1° ottobre è nelle sale, e chi comunque apprezza il genere troverà pane per i proprio denti.

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