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Recensione Dragonero 159

Giano “trifronte”

Dragonero prosegue, dopo aver recuperato la memoria, il suo cammino nell’Erondár più imprevedibile e frammentato mai visto prima d’ora. L’albo 159, in piena tradizione dragoneriana, è uno di quei numeri con all’interno tre storie diverse tra loro, sia per il contenuto sia per l’aspetto grafico. Sempre cosa buona e giusta, per dare spazio ad altri disegnatori e per mostrare il potenziale della saga che sa agevolmente muoversi dalle classiche maniere fantasy a toni fermamente più cupi. La prima storia, scritta da Luca Enoch e disegnata da Luca Lamberti, si concentra su Yeva, la nuova comandante del corpo degli scout, raccontando la sua vita e le scelte che l’hanno condotta a questo ruolo colmo di responsabilità. Un passato turbolento e doloroso che ha forgiato il suo spirito di donna forte, risoluta e coraggiosa. Lamberti riesce a fondere sapientemente uno stile oleaceo e alle volte stilizzato, che strizza l’occhio al Giappone, con un realismo legato alla tradizione occidentale (in particolare quella bonelliana).

La seconda storia, scritta da Stefano Vietti e disegnata da Lorenzo Nuti, racconta di come Ian debba scortare una carrozza in una prigione di massima sicurezza; il contenuto di questa carrozza si rivelerà molto interessante per gli sviluppi futuri. Tra fango e pioggia battente l’atmosfera è molto cupa ed incalzante con un Nuti in stato di grazia che arricchisce ogni tavola di dettagli (soprattutto naturalistici) con il suo tratto plastico, dark e sfumato.

La terza storia, scritta da Luca Barbieri e disegnata da Giovanni Talami, si focalizza su aspetti più umani, filosofici e psicologici: un gruppo di ribelli non riesce a sottostare all’ordine costituito e vuole autodeterminarsi opponendo i propri ideali a quelli generalmente considerati validi, in questo caso la rivendicazione di un territorio. Ian si ritrova protagonista di una vicenda drammatica in cui, a conti fatti, si ritrova essere un mero esecutore. È molto interessante vedere come si possa “provocare” il protagonista, mettendolo alle strette fino a renderlo un agente passivo che agisce forzatamente in base alle contingenze del caso oppure ad un’ideologia inevitabilmente inglobante che sottomette anche il più valoroso degli eroi. Sarò di parte, ma le storie che preferisco sono solitamente scritte da Barbieri il quale dimostra sempre un acuta sensibilità nel trattare temi delicati come l’amore, il senso di colpa, la guerra o la morte, declinandoli sempre criticamente senza retorica, “al di là del bene e del male”, superando categorie moralistiche fittizie e ipocrite, scavando nell’intimità di ogni personaggio, compreso Ian. Facendo ciò si crea quel secondo livello che supera i fatti meramente legati alla sceneggiatura ed è un aspetto che personalmente apprezzo molto. Le matite di Talami sono stupefacenti e tecnicamente notevoli (con alcuni echi di Jason Fabok, disegnatore del panorama americano sotto contratto con la DC Comics), difatti riescono omogeneamente a spostarsi da ambienti aperti ad ambienti più angusti con una particolare attenzione per i personaggi.

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