Wildwood – La maestosa rivoluzione in stop-motion firmata Laika
Portland o la geografia delle meraviglie
Esistono momenti esatti in cui la materia perde il suo peso e diventa illusione pura, un intervallo impercettibile tra un fotogramma e l’altro in cui centinaia di mani invisibili muovono il mondo un millimetro alla volta. Laika non ha mai nascosto le sue radici, ma con la sua sesta opera la casa di produzione di Portland compie un salto che scardina i confini storici dell’animazione stop-motion. Oltre il perfezionamento tecnico, parliamo di una naturalezza nei movimenti che sfuma il confine tra il modello plastico e l’effetto digitale: è un’autentica dichiarazione d’amore alla propria terra.
La storia affonda le sue radici in una Portland vibrante, dipinta con fiori di ciliegio rosa stampati al laser e strade di ciottoli che sembrano respirare. È qui che incontriamo la famiglia McKeel: genitori che incarnano l’anima hippie e alternativa dell’Oregon, interpretati dalle voci di Jake Johnson e Maya Erskine, e la giovane Prue (a cui presta la voce Peyton Elizabeth Lee nella versione originale e Arianna Craviotto nella versione italiana). Prue è una ragazza precoce, diffidente verso ciò che non si può spiegare e vagamente insofferente verso le bizzarrìe della sua città. Quando il fratellino Mac viene rapito da uno stormo di corvi e trascinato oltre i confini del mondo conosciuto, l’incantesimo rompe l’incredulità: Prue è costretta ad addentrarsi in quella fiaba che ha sempre rifiutato.
Oltre il ponte: la sinfonia dei mondi perduti
Insieme a Curtis (Jacob Tremblay), un compagno di avventure impacciato ma dal cuore nobile, appassionato di giochi di ruolo, Prue attraversa il portale che conduce all’Impassable Wilderness, la foresta impenetrabile di Wildwood. L’ingresso ha il sapore dei grandi classici della letteratura del fantastico: se la struttura evoca le soglie di C.S. Lewis e le geometrie mitiche di J.R.R. Tolkien, la materia visiva attinge a un immaginario viscerale e composito.
In questo territorio conteso convivono coyote armati di moschetto, animali antropomorfi inseriti in complessi apparati burocratici, figure mistiche e presenze d’eccezione come il maestoso Owl Rex (doppiato da Richard E. Grant) e il coniglio poliziotto Samuel (Rob Delaney). Più che una semplice fiaba, Wildwood è una tela narrativa su cui si innestano la stravaganza anarchica di Labyrinth e la solennità spirituale del cinema di Hayao Miyazaki. Come in Principessa Mononoke, la natura non è un mero sfondo idilliaco, ma una forza viva, oscura, capace di suscitare al contempo un senso di profonda riverenza e un terrore atavico.
Ombre, sangue e le ferite della memoria
Il regista Travis Knight, già alla guida di Kubo e la chiave magica, abbandona le tonalità più leggere dell’ultima produzione dello studio (Missing Link) per abbracciare un racconto adulto, teso e sorprendentemente cupo. Wildwood non offre rassicurazioni e non risparmia lo spettatore: la narrazione si apre con un atto che sfiora il gesto estremo e non esita a mostrare campi di battaglia devastati dal fuoco e cosparsi dalle tracce del conflitto.
Sotto la superficie della grande avventura fantasy scorrono temi complessi: il peso del lutto e del trauma, i segreti di famiglia che corrompono come edera velenosa e il modo in cui le ideologie possono avvelenare una comunità. Ma è anche una riflessione sulla necessità di superare le divisioni per unirsi in una causa comune. Il film si trasforma progressivamente in un vero e proprio racconto di guerra, fino a culminare in una sequenza finale d’azione che richiama la monumentalità visiva delle grandi saghe televisive contemporanee e la loro fluidità coreografica.
Il miracolo di un’imperfetta perfezione
Ciò che rende Wildwood un’opera di straordinario valore è l’equilibrio tra la vastità degli ambienti e l’intimità del dettaglio. Con oltre cento scenografie costruite a mano, la scala della produzione sfida l’idea stessa di ciò che la stop-motion può ambire a rappresentare. Eppure, nonostante la grandiosità dei paesaggi e la perfezione dell’integrazione tra elementi materiali e ritocchi digitali, Knight non perde mai di vista la misura umana dei suoi personaggi.
Attraverso la recitazione delle figure di passo ridotto e la cura minuziosa per ogni minima sfumatura espressiva, il film celebra gli eccentrici, i fuori posto e i sognatori. La tecnologia e la perizia artigianale si fondono a tal punto da rendere impercettibile la linea di demarcazione tra la materia plasmata dalla mano dell’artista e la composizione al computer. È in questo paradosso visivo che la pellicola compie il suo prodigio più grande: farci credere, ancora una volta, alla magia del grande cinema d’animazione.



