Il ritmo del tempo che scorre: L’isola dei ricordi e la maturità dell’estetica “contaminata”
Al di là del mito realista
Forse il vero punto di svolta dell’animazione non è arrivato quando un film è riuscito a riprodurre la realtà alla perfezione, ma quando ha smesso di averne bisogno. Per decenni il cinema d’animazione commerciale ha raffinato la propria illusione: superfici sempre più realistiche, movimenti sempre più naturali, mondi digitali costruiti per sembrare quasi tangibili. Poi l’immagine ha preso un’altra traiettoria. Ha riscoperto il piacere di essere immagine: colore, linea, deformazione, ritmo. Non una copia del mondo, ma un modo diverso di guardarlo.
Avete presente la sensazione di vertigine e sovraccarico sensoriale che si prova davanti a un’opera che rifiuta la tridimensionalità “invisibile” per abbracciare l’energia pulsante del fumetto, del videoclip e della street art? L’isola dei ricordi, la nuova perla DreamWorks Animation diretta da Joel Crawford e Januel Mercado, si posiziona esattamente su questa linea di frattura. È un’opera che travolge lo spettatore con un’esplosione visiva e concettuale, dimostrando quanto il cinema d’animazione mainstream stia vivendo una fase di straordinaria e irreversibile trasformazione.
Una “Notte da leoni” nel folklore filippino
Al centro del racconto troviamo Jo e Raissa, due adolescenti al tramonto della loro vita scolastica che condividono un legame viscerale nutrito da un’attrazione irresistibile per il macabro, l’eccentrico e le storie del terrore. Sullo sfondo di un’ambientazione visivamente debitrice a cavallo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, le due amiche affrontano la classica, dolorosa soglia dell’età adulta: l’imminente partenza di Raissa per gli Stati Uniti, destinazione Caltech, che minaccia di recidere un’amicizia apparentemente indistruttibile.
La notte prima della separazione, la traiettoria quotidiana devia verso l’assurdo. Le due ragazze si risvegliano improvvisamente a Nakali, una mistica dimensione popolata dalle creature leggendarie del folklore filippino, senza avere la minima memoria delle ultime dodici ore. È un espediente narrativo che trasforma il film in una sorta di commedia d’avventura alla Una notte da leoni declinata in chiave fantastica e giovanile.
Creature mitologiche e icone del cinema cult
Per ricostruire la catena degli eventi e recuperare i propri ricordi, Jo e Raissa devono attraversare un territorio popolato da bizzarre entità mitologiche. Ad accompagnarle c’è Raww, un gioioso cane mannaro (con la voce di Dave Franco nella versione originale) che le guida dopo aver fatto festa con loro. Sul loro percorso incontreranno poi King Truffle Wuffle, un monarca irascibile intrappolato in un corpo spaventosamente carino, e Batiba, un’entità solitaria che colleziona memorie.
La minaccia più inquietante è rappresentata dalla Manananggal, la spaventosa creatura Manang che, secondo la tradizione, è in grado di dividere il proprio corpo a metà e le cui ali demoniache appaiono letteralmente ancorate alle spalle di Raissa fin dal suo risveglio. Il film affianca a questo bestiario fantastico una spiccata comicità surreale e tempi comici chirurgicamente posizionati, che trovano uno dei suoi picchi più riusciti nel citazionalismo spudorato e divertitissimo nei confronti del cult movie Predator.
La memoria emotiva come ancora di salvezza
Al di là della girandola di gag e delle trovate visive, L’isola dei ricordi racconta qualcosa di estremamente profondo. Il viaggio a Nakali va oltre il suo fondale esotico: è la traduzione visiva dell’ansia da separazione. La mitologia filippina, tramandata nei ricordi d’infanzia dalla nonna di Jo, Lola Fatima, diventa la chiave di lettura emotiva con cui le due protagoniste affrontano la paura del futuro e la fragilità dei legami.
Come si preserva l’identità quando la vita ci spinge in direzioni opposte? Il film suggerisce che non sono le circostanze a definirci, ma l’archivio di esperienze e sentimenti che condividiamo con chi amiamo. Se dal punto di vista della scrittura il film adotta una struttura a tappe piuttosto collaudata, la storia viene interamente riscattata dall’irresistibile alchimia tra i personaggi e dalla cura per le loro radici culturali.
In questo quadro, un ruolo fondamentale è svolto dal comparto sonoro e musicale, vero e proprio motore della memoria.
L’integrazione tra canzoni originali e brani d’epoca estremamente iconici come Don’t Stop Believin’ dei Journey o Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds rappresenta una delle intuizioni più felici dell’intera operazione. Lungi dall’essere semplici riempitivi o ammiccamenti commerciali, questi pezzi si amalgamano con precisione sartoriale al tessuto narrativo. La musica agisce come una macchina del tempo emotiva: attiva nello spettatore e nei personaggi un senso di nostalgia meticolosamente calibrato sul concetto stesso di “ricordo”. Sentire le note dei Simple Minds mentre le protagoniste lottano per non dimenticare chi sono diventa così un cortocircuito espressivo potente, capace di saldare l’esperienza individuale con l’immaginario collettivo pop.
Il ritmo del videoclip e l’estetica neon
È sul terreno della regia e del linguaggio visivo che Crawford e Mercado compiono il loro vero capolavoro di stile. L’animazione de L’isola dei ricordi è un’esplosione di dinamismo: il character design rifiuta l’omogeneità per giocare su contrasti marcati tra spavento e dolcezza, le anatomie si deformano per assecondare la recitazione espressiva e la composizione vive di una perenne spinta in avanti.
Le sequenze d’azione vengono coreografate con il ritmo sincopato dei videoclip musicali e delle performance digitali contemporanee. L’uso della palette cromatica è altrettanto audace: il mondo di Nakali si illumina di tonalità neon, magenta saturi, ciani elettrici e luci sintetiche che sembrano dialogare direttamente con l’immaginario dell’animazione d’azione più recente, da progetti come KPop Demon Hunters alle produzioni anime di ultima generazione.
Il dialogo con KPop Demon Hunters e la cultura digital
Rilevare queste assonanze con KPop Demon Hunters non significa avanzare l’ipotesi di un calco o di una derivazione diretta, quanto piuttosto riconoscere l’appartenenza a un preciso clima culturale e formale. Entrambe le opere condividono l’idea che la messa in scena non debba essere subordinata alla sola funzione descrittiva, ma possa diventare un palcoscenico pop in cui musica, montaggio serrato, estetica da graphic novel e contaminazione tra 2D e 3D coesistono all’interno dello stesso frame.
È un linguaggio visivo che parla direttamente a una generazione cresciuta con la velocità dei social media, la cultura dei videoclip e l’ibridazione dei media. L’animazione smette di nascondere la propria natura grafica e ne fa invece la propria forza espressiva principale.
La lezione di Spider-Verse e Il gatto con gli stivali
Per comprendere la portata di questa operazione, occorre inserire L’isola dei ricordi all’interno di una più ampia genealogia della trasformazione stilistica del cinema d’animazione. Il grande spartiacque della storia recente risponde al nome di Spider-Man: Un nuovo universo (2018), il film che ha dimostrato all’industria globale che il pubblico era pronto ad abbandonare la canonica estetica “alla Pixar” per abbracciare stili grafici contaminati con la stop-motion, l’illustrazione, il fumetto e la pittura.
Gli stessi Joel Crawford e Januel Mercado, dirigendo nel 2022 Il gatto con gli stivali 2: L’ultimo desiderio, avevano dimostrato come persino una saga storica potesse essere rigenerata trasformando i combattimenti in dipinti dinamici a pennellate d’olio. Con L’isola dei ricordi, i registi compiono un ulteriore passo avanti: la contaminazione stilistica assorbe la cultura pop contemporanea a 360 gradi, fondendo folklore etnico, ritmi da videoclip, sensibilità teen e citazioni cinematografiche in un unico manifesto visivo.
Conclusione: il cinema d’animazione come linguaggio totale
Non siamo più di fronte all’animazione intesa come semplice tecnica per illustrare favole, ma all’animazione come linguaggio totale, capace di assorbire e rielaborare qualsiasi forma della cultura visuale odierna. L’isola dei ricordi rappresenta perfettamente questo passaggio d’epoca.
Pur con qualche piccola indecisione narrativa nella parte centrale, compensata da una contagiosa energia comica e da una grande sincerità emotiva, il film è una vittoria su tutta la linea. È la dimostrazione che il cinema d’animazione commerciale può essere al tempo stesso profondamente personale, culturalmente specifico e visivamente d’avanguardia. Crawford e Mercado firmano una commedia d’avventura esuberante che invita lo spettatore a tuffarsi senza paracadute in un linguaggio visivo in continua evoluzione.




