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Dylan Dog n. 477 – La camera cremisi.

“Vita mortuorum in memoria est posita vivorum” scriveva Cicerone: la vita dei morti è custodita nella memoria dei vivi. È un concetto antico quanto l’umanità stessa, ma che nel nuovo Dylan Dog trova una declinazione sorprendentemente contemporanea, attraverso una riflessione sul rapporto tra lutto, tecnologia e bisogno di conservare il ricordo di chi non c’è più.

Protagonista della vicenda è Victor, storico amico di Dylan e geniale riparatore di apparecchi elettronici, segnato dalla recente perdita della moglie in un incidente stradale. Incapace di accettarne completamente l’assenza, dà vita alla Camera Cremisi, una sorta di social network privato pensato per preservare i ricordi delle persone scomparse. Un archivio digitale della memoria che permette ai vivi di continuare a sentirsi vicini ai propri cari.

L’idea alla base dell’albo è senza dubbio affascinante. In un’epoca in cui fotografie, messaggi e profili social sopravvivono ai loro proprietari, la domanda su cosa resti davvero di una persona dopo la morte assume una rilevanza sempre più concreta. Non a caso, la storia sembra riecheggiare quella celebre massima attribuita a Foscolo secondo cui nessuno muore finché vive nel cuore di chi resta.

Naturalmente, in perfetto stile dylaniato, qualcosa inizia ad andare storto. I morti sembrano infatti tornare a comunicare attraverso la piattaforma, inviando messaggi ai vivi e trasformando quello che doveva essere uno spazio di conforto in un inquietante enigma. Da qui prende forma una vicenda che oscilla tra indagine e ghost story, con Dylan chiamato a comprendere cosa si nasconda dietro questi impossibili contatti dall’aldilà.

Giovanni De Feo costruisce un impianto narrativo capace di catturare immediatamente l’attenzione. La premessa è forte, moderna e ricca di potenzialità, soprattutto per le implicazioni emotive che porta con sé. Proprio per questo lascia un po’ di rammarico vedere come la storia scelga di risolvere il mistero. Senza entrare nel terreno degli spoiler, la sensazione è che la conclusione non riesca a sfruttare fino in fondo le possibilità offerte dall’idea iniziale, optando per una soluzione che appare a tratti prevedibile e già vista.

A convincere pienamente è invece il comparto grafico. Piero Dall’Agnol realizza tavole efficaci e coinvolgenti, trovando soluzioni visive particolarmente adatte a raccontare il confine sempre più labile tra mondo reale e dimensione ultraterrena. Fondamentale anche il contributo di Renato Riccio, le cui chine donano profondità e atmosfera alle tavole, contribuendo a creare un insieme armonioso e perfettamente funzionale al tono della narrazione.

La camera cremisi colpisce soprattutto per la forza della sua intuizione iniziale e per la qualità del comparto artistico. Affronta temi universali come il ricordo e l’elaborazione del lutto attraverso strumenti profondamente contemporanei, pur senza riuscire, almeno per chi scrive, a trovare uno sviluppo finale all’altezza delle proprie premesse. Rimane comunque una storia interessante, capace di lasciare qualche spunto di riflessione anche dopo l’ultima pagina.

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